La storia della musica in Iran (1)

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I gosan sono figure misteriose: di loro si sa in pratica soltanto che furono gli aedi della tradizione epica persiana, che nell’epoca degli Arsacidi (Parti: cfr. Storia) declamavano versi di eroiche gesta accompagnandoli con la musica.

 

Quando ai Parti succedettero i Sassanidi, la produzione musicale persiana non accenn? minimamente a declinare, anzi si perfezion? ulteriormente presso le splendide corti dei monarchi, dove i musicisti formavano una casta a se stante nella gerarchia imperiale.

Lo strumento musicale per eccellenza di quell’epoca era sicuramente l’arpa (chang), il cui suono dolce creava l’ atmosfera più adatta alle declamazioni dei poeti di corte.

Dopo l’inizio dell’Era Islamica l’arpa lasci? il posto al qanun, un altro tipo di arpa orientale a 27 corde risalente forse al periodo assiro-babilonese. Ma dopo un centinaio d’anni il qanun scomparve a sua volta: sarebbe stato rilanciato circa 70 anni fa grazie al maestro Rahim Qanooni e ai suoi figli, che lo riportarono in Iran da Baghdad.

Nel corso del tempo hanno per? acquisito rilievo duraturo altri strumenti. Alcuni strettamente persiani, altri simili a quelli della musica araba. Il più tipico è il santur, un salterio trapezoidale a 72 corde percosso con i martelletti di legno; uno dei più importanti è il tar, un liuto a manico corto dalla forma “a otto”, rigorosamente fabbricato usando un unico pezzo di legno, con cinque o sei corde fatte vibrare dal plettro metallico.

Pure simile al liuto è il setar (tar significa “corda”, e se-tar “tre corde”), che nonostante il nome è uno strumento a quattro corde tese su una cassa a forma di pera: è costruito mediante l’incollaggio di strisce di legno, e di legno è anche la sua cassa armonica.

Uno degli strumenti persiani più antichi è il kamantcheh, una viella di legno dal lungo manico su cui sono fissate quattro corde da sfiorare con l’archetto.

Cinque corde ha invece lo ‘ud, una mandola i cui prototipi risalgono probabilmente al terzo millennio a.C.

Fra gli strumenti a percussione, il più “moderno” e popolare è il daf, il tamburello a sonagliera; mentre assai più antico e duttile è il tonbak (o zarb), un tamburo a calice di dimensioni medio-piccole sostenuto da un piedistallo: la sua membrana di pelle di vitello viene percossa con le mani.

Nei primi secoli dell’Era Volgare si erano ormai codificate, dunque, quelle caratteristiche formali che avrebbero reso la musica persiana originale e diversa da qualsiasi altra musica orientale, anche dall’araba. Per presentarne in modo semplice e succinto la forma tipica, si potrebbe partire dal concetto di radif, che indica l’arte e la scienza musicale persiana nel suo complesso. Il radif (“sequenza”, ma anche “sistema”) si compone di diversi dastgah, strutture specifiche codificate nei secoli, scale modali identificate in vari repertori di melodie, ciascuna delle quali si chiama gusheh. I dastgah sono dodici, sette “fondamentali” e cinque “derivati”, di cui alcuni, il mahur e l’isfahan, o meglio

ancora lo homayoun, si avvicinano agli intervalli occidentali maggiore e minore; l’ottava si articola in più suoni; esistono intervalli equivalenti a un quarto, a tre quarti e a cinque quarti di tono. Il dastgah cui la musica persiana ricorre più di frequente è lo shour.

Con l’arrivo dell’Islam la musica persiana non scomparve; anzi, gioc? un ruolo non trascurabile nell’evoluzione della musica araba. Proprio nel VII secolo visse Zalzal, musicista di sangue persiano, dal quale prese il nome un “intervallo” tipico della musica orientale, il mediano fra la minore e la maggiore. La maestria iranica in campo musicale si mantenne incontrastata fino al X secolo, per tutto il tempo in cui i califfi abbasidi, pur essendo arabi, protessero artisti quali Ibrahim al-Mawsili o Ziryab (quest’ultimo fond? poi la Scuola di Cordova).

Le invasioni turca e mongola determinarono per? una fase di arresto nell’evoluzione dell’arte musicale persiana, che per vari secoli non riusc? a tornare agli antichi splendori, pur conservando intatte le proprie tradizioni nella dimensione privata, grazie a ristrette élites.

http://rome.icro.ir/index.aspx?fkeyid=&siteid=209&pageid=7630

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